Storia di un paradosso: la lotta per il riscatto sociale della comunità afroamericana negli Usa
- 6 feb 2015
- Tempo di lettura: 3 min
E’ forse facile ai giorni nostri parlare di schiavitù, oppure anche solo della negazione di diritti umani inalienabili, come il diritto di voto? In effetti, sembra qualcosa di molto lontano, che non ci appartiene, che forse (e a buon diritto, in definitiva) la nostra società occidentale ritiene di aver superato da tempo. Va bene, sembra solo materia dei libri di storia, o appannaggio di qualche società distopica della quale abbiamo letto in certi romanzi. E come dare torto a chi crede che effettivamente sia così? Proviamo, però, a fare un tuffo nel passato.
1865. Stati Uniti. Se quelli che costituiscono gli Stati del Nord degli Usa sembrano già essere l’emblema della democrazia e del liberalismo mondiale, negli stati rurali del Sud la situazione appare invece un po’diversa. Se avessimo potuto fare un giro in questi luoghi, forse ci saremmo stupiti per la vastità dei latifondi adibiti a piantagioni di cotone, tabacco… E se avessimo fatto più attenzione, forse lo stupore sarebbe stato ancora maggiore appena ci fossimo accorti che la manodopera era costituita da afroamericani in perfetta condizione di servaggio. Uomini trattati peggio degli stessi animali da soma dei padroni bianchi. Ma siamo a un punto di svolta. La guerra civile tra Unione e Stati Confederati è allo scadere, gli stati del Sud ratificano il XIII emendamento sull’abolizione della schiavitù. Tutto sembra andare per il meglio. O forse no. Lincoln, principale promotore del cambiamento, viene assassinato nello stesso anno. Forse le cose non sono tanto cambiate. Facciamo allora un salto in avanti.
1965. I tempi negli Usa sono di certo mutati rispetto a un secolo prima: una nuova mentalità, una società provata da due guerre, del tutto diversa. Se fossimo entrati in un qualsiasi ristorante, bar o locale di uno stato americano, prendiamo l’Alabama, ci saremmo trovati di fronte a un fatto quanto meno curioso: avremmo visto una palese distinzione dei tavoli, del bancone, perfino delle porte, in due categorie ben definite: white e colored, bianchi e neri. Per non parlare degli autobus per neri, delle scuole per neri… E tutto paradossalmente di fronte agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. Si aggiunga che questo è l’anno della Bloody Sunday: la domenica di sangue nella quale un gruppo di studenti neri, impegnati proprio in Alabama nella prima delle tre marce da Selma a Montgomery per vedersi riconosciuto pienamente il proprio diritto di voto, fu brutalmente attaccato dalle forze di polizia. Di lì a poco, il fenomeno dei movimenti per i diritti civili degli afroamericani negli Stati Uniti sarebbe esploso inesorabilmente, anche in questo caso segnato dal tragico assassinio del carismatico leader Martin Luther King Jr.
2015. Abbiamo dunque esplorato, partendo forse provocatoriamente proprio dalla schiavitù, la vicenda degli afroamericani negli Usa, nel corso simbolicamente di centocinquanta anni. Ma non possiamo purtroppo pensare che questa vicenda sia del tutto chiusa. Sebbene il paese stia vivendo ormai gli ultimi anni del secondo mandato di Obama, primo afroamericano a ricoprire la carica di presidente, solo pochi mesi fa abbiamo assistito alla tragica uccisione di un ragazzo nero a Ferguson, nel Missouri, da parte di un poliziotto, apparentemente senza motivo. E incredibile è stato il seguito di proteste da parte della comunità afroamericana, una sorta di insurrezione che dimostra come il problema dell’integrazione e delle disuguaglianze sociali ed economiche sia ancora di primissimo ordine negli Usa.
Cittadini della stessa nazione, accomunati da decenni di storia vissuti, di generazione in generazione, sullo stesso suolo. E se solo pensiamo al fatto che ogni abitante degli Usa ha ascendenze diverse, chi inglesi, irlandesi, scozzesi, italiane, tedesche, e che proprio questo ha costituito la fortuna del paese, ciò che lo ha condotto ai vertici del mondo, proprio perché ogni suo cittadino è stato accomunato dal desiderio di rivalsa, di affermare la propria esistenza, allora perché questa condizione appare ancora un lusso non concesso agli afroamericani (senza comunque dimenticare le altre comunità fortemente discriminate ed emarginate all'interno del tessuto sociale degli Usa)? Proviamo a rifletterci, ma è difficile trovare una risposta.
Matteo Orlandi
























Commenti