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Quattro chiacchiere con i Sycamore Age

  • 12 mag 2015
  • Tempo di lettura: 3 min

E’ considerazione ormai diffusa tra i più che il panorama musicale italiano sia banale, mancante di originalità e non degno di suscitare attenzione. O meglio, questo è quello che pensano molti tra coloro che hanno imparato a stare alla larga dai talent show, dalle radio e dall’universo della musica commerciale del nostro paese, influenzati negativamente da questo rifiuto. Nonostante ciò, l’Italia può vantare un ambiente musicale indipendente, dunque svincolato dalle grandi case discografiche e dalle logiche di mercato, alquanto florido, che presenta delle valide e interessanti realtà purtroppo non valorizzate nel giusto modo. Sono realtà che popolano i piccoli locali, le rassegne e i festival indipendenti, i cui album magari non sono pubblicizzati sui canali nazionali, i cui live non si tengono nei grandi stadi o nei grandi palasport. E se tra questa realtà cominciassimo ad annoverare quelle che hanno le proprie radici nel territorio in cui viviamo? I Sycamore Age entrerebbero di diritto in questa categoria, e forse la farebbero da padroni.

Nati nel 2010 da un’idea di Stefano Santoni e di Francesco Chimenti, cui si è aggiunto poco dopo Davide Andreoni, i Sycamore Age comprendono ormai sette elementi, tutti polistrumentisti, in grado dunque di suonare strumenti spesso molto diversi tra loro e non proprio di uso comune. Con tre album all’attivo, l’ultimo dei quali pubblicato proprio poche settimane fa, hanno in breve tempo conquistato l’attenzione non solo del proprio pubblico, estasiato dalle performance live molto intense e coinvolgenti, ma anche della critica nazionale.

E’ dunque un piacere poter scambiare qualche parola proprio con Davide Andreoni!

Ciao Davide! È un piacere poterti avere qui, tra le pagine del nostro giornale, e se posso permettermi, è un piacere anche per me, che sono un vostro grande fan! Per cominciare, cosa vi ha più influenzato nella ricerca di quel sound caratteristico, ormai vostro marchio di fabbrica, in bilico tra il rock più sperimentale, la psichedelica e atmosfere estremamente particolari?

Davide: Ci ha influenzato tutta la musica che abbiamo sempre ascoltato, unita alle nostre singole esperienze di vita. Quello che genera la nostra musica è la ricerca di ciò che ci caratterizza al 100 per 100 senza seguire mode o quant’altro. Il nostro sound affonda le radici in molti generi, dalla musica classica al rock psichedelico anni 60 (Silver Apples, The Beatles), dall’industrial degli anni 80 (Einsturzende Neubauten) dal cantautorato di Nick Drake ai contemporanei Grizzly Bear.

La scelta di diventare polistrumentista, in primis nel tuo caso ma anche rispetto agli altri membri della band, da cosa è maturata?

D: Quella di diventare polistrumentisti non è stata una scelta, ma è stato il frutto di un’esigenza. Componendo, arrangiando e suonando i nostri brani abbiamo rivolto la nostra attenzione a diversi generi musicali, anche molto lontani fra loro e così piano piano ci siamo allontanati dai classici stilemi che cartterizzano la musica pop-rock ... Fra questi appunto la classica strumentazione.

In fase di composizione e registrazione cerchiamo di creare delle immagini sonore pezzo per pezzo e questo ci porta a poter curare nel dettaglio ogni suono, pensando prima all’effetto che genererà in noi o nell’ascoltatore rispetto allo strumento con cui eseguirlo ... Per questo molti suoni li produciamo con oggetti di uso comune e non con strumenti musicali.

Cosa ne pensi del panorama musicale indipendente italiano? E’ ancora molto distante da quello americano o del resto dell’Europa?

D: Manca di una vera e propria scena e di un sound che sia accettato fuori-confine e non guarda a ciò che succede nel mondo. E purtroppo a parte alcuni casi, è un panorama che non dà credibilità all’estero. Forse andrebbe sostenuto maggiormente, per far sì che crescano le band, i locali e il pubblico.

E rispetto alle grandi case discografiche e agli interessi che ruotano dietro alla musica?

D: Le grandi multinazionali della musica sono ormai castelli di sabbia, non si reggono più su niente, perché un mercato discografico reale non esiste più. Ciò che offre il mainstream è un surrogato di arte rappresentata dai cantanti da reality e simili. Possiamo pretendere molto di più dalla musica…

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