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"Potrebbe considerarla come un'opportunità per un nuovo inizio. Una nuova vita."

  • 10 feb 2015
  • Tempo di lettura: 2 min

Scatolette di tonno e ricerca dei perché della propria vita in colori pastello, è così che si presenta questa pellicola di Uberto Pasolini. Più che un film una poesia recitata davanti a un Monet, Still Life è la storia di John Way, un impiegato comunale incaricato di trovare i parenti di coloro che muoiono in solitudine. Premiato al festival di Venezia come miglior regia, Still Life è un'opera che afferma a pieno le capacità del registra, in grado di trattare con leggerezza e pacatezza argomenti che hanno dentro tutti noi un forte peso morale, confermando il talento già dimostrato nel suo primo lungometraggio Machan. La storia inizia dandoci uno scorcio sulla solitudine di John e della quasi inconsistenza della sua vita, che in realtà inconsistente non è. John vive l'esistenza dei defunti con cui viene a contatto, frugando fra ricordi che non gli appartengono e rivivendo storie che non sono le sue, nonostante lui se le senta appartenere, questo fino a quando non verrà licenziato a causa della lentezza e della troppa cura che dedica ai propri casi. John infatti non si limita solamente a cercare fino all'ultimo qualcuno per i defunti, ma cerca di conoscerli al fine di dare una degna conclusione alla loro vita; questo perché John è caratterizzato da un forte senso di humanitas, che cerca di esprimere a pieno nei suoi elogi funebri. Malgrado il licenziamento, gli viene comunque concesso del tempo per provare a trovare dei paranti e degli amici per il suo ultimo “cliente”. La ricerca del perché della vita di quest'ultimo defunto, lo porterà alla ricerca di se stesso e della propria felicità, in un viaggio che gli porterà molte analogie fra la sua e la vita su cui indaga agli occhi. La morale è sempre la stessa, ovvero che, per quanto dolorosa e straziante, la vita è comunque degna di essere vissuta, in nome di quei momenti, per quanto brevi, di felicità; John assaporerà la propria felicità solo per un attimo, alla fine della sua esistenza, ma alla fine dei conti ne sarà valsa la pena, perché sarà proprio quella felicità a dare un senso alla sua esistenza. John riesce a ridonare al suo ultimo caso una “vita”, e a ricongiungerlo con i propri cari, ma non riuscirà a salvare se stesso dalla solitudine nonostante la felice risvolta finale. Il film dipinge perciò la felicità in una cornice molto amara, cin un'ambientazione londinese unita ad una fotografia contraddistinta da colori molto tenui che gli conferiscono comunque un retrogusto addolcito ma pur sempre freddo, facendoci immedesimare a pieno nel povero John May e facendoci sentire piccoli rispetto alla vita e alla morte ma col potenziale di un grande significato alla propria esistenza. L'intero lungometraggio porta lo spettatore ad una profonda riflessione sul senso della propria vita e alla ricerca di una risposta alla propria solitudine. Il film è molto lento nei tempi, e dà quindi il tempo di riflettere e di provare a pieno le grandi emozioni trasmesse, dandoci però anche un senso di solitudine e di profonda tristezza. Esiste still life per ognuno di noi, indipendentemente da quanto soli e privi di significato ci si possa sentire, poiché il nostro significato è dettato solamente da noi stessi nel piccolo delle nostre azioni.

Virginia Sarti


 
 
 

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